La tecnica della “pellicola spezzata” nel contesto degli incontri di cinematerapia per adolescenti consente di vedere il film da dentro e da fuori attraverso una preziosa visione prospettica. Il partecipante ha dunque due compiti diversi: quello di attore in quanto colui che agisce ai fini della costruzione della trama (dopo la visione della prima parte del film ognuno immagina e racconta la “propria” conclusione della vicenda) e quello di osservatore in quanto colui che rivaluta a posteriori questo agire (dopo la conclusione del film).

Questa situazione attiva negli adolescenti il sentimento dello “stare dentro” e dello “stare fuori” anche nei riguardi della propria storia personale riconoscendo che ci sarà un periodo futuro della vita in cui si guarderà l’adolescenza da fuori cogliendone una trama, un percorso che darà coerenza a ciò che da dentro era sembrato un coacervo di strade e possibili trame. La cinematerapia permette di riconoscere la possibilità di un tempo fuori dal presente e di immaginare e sperimentare fin da ora tale possibilità.

Questo fa sì che l’adolescenza esca dalla dimensione dell’incubo perché, per definizione, l’incubo ha come caratteristica fondante l’impossibilità di sfuggirgli o comunque l’impossibilità di raggiungere una soluzione positiva. Prendendo le parole di Fornari che sono molto esemplificative ed evocative: “Ad opera dell’incubo la casa brucia e il soggetto si trova prigioniero della casa che sta bruciando. Cessa, anzi, nel momento dell’incubo, la distinzione tra la casa che brucia e il soggetto asserragliato nella casa. Il soggetto diventa la stessa cosa della casa che sta bruciando. L’impotenza del soggetto catturato dell’incubo non nasce solo dal viversi fuso con la casa che brucia, ma anche dal sentire che l’acqua con cui si vorrebbe spegnere l’incendio è essa stessa fuoco, per cui più si vuole spegnere l’incendio più ci si trova da esso allagati.” (Franco Fornari, Coinema e icona, Il Saggiatore, Milano, 1979).

La cinematerapia permette di far uscire il soggetto da tale impotenza mostrandogli una situazione analoga a quella che sta vivendo e cercando di mobilitare le sue risorse sollecitato dal vedere (ed è un “vedere” coinvolgente e partecipato come al cinema e in pochi altri luoghi riesce ad essere) qualcun’altro affrontare situazioni molto simili alle sue.

Viene dunque sottolineato non il carattere immobilizzante di un adolescenza-incubo, ma la vitalità che essa può rappresentare: non il senso di prigionia e impotenza dato da un fuoco-adolescenza che brucia la casa-sè e che non si riesce a spegnere, ma la possibilità che, imparando a controllare tale fuoco-adolescenza, lo stesso non vada spento, ma rappresenti il carburante per il futuro. Si fa così esperienza  di un’adolescenza inserita in un ciclo di vita di cui rappresenta un forte punto di snodo e di cui dunque non si è prigionieri.

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