Il modo più classico per rappresentare una linea familiare è l’albero genealogico, il comunissimo grafico che, nome dopo nome, mostra il naturale susseguirsi delle generazioni, in un incedere costante che dà tuttavia ragione di un solo aspetto: la progressione.

Ci sono però modi diversi di “raccontare” le generazioni. L’approccio transgenerazionale propone uno sguardo meno lineare ma più ricco e complesso considerando anche il lato psicologico: è come se la psiche avesse una sorta di DNA che, sebbene sia unico per ogni persona, trasmette da generazione a generazione (o anche saltandone qualcuna per poi ricomparire) tutto ciò che non è stato adeguatamente elaborato.

Il transgenerazionale è un approccio che dà ragione dei legami invisibili che si tendono tra persone appartenenti a generazioni diverse della stessa famiglia, anche lontane nel tempo, e che si ripercuotono, in maniera negativa, sulla salute psicologica delle persone. Traumi e lutti non elaborati, ingiustizie subite, sensi di rivalsa o di vendetta, segreti familiari considerati vergognosi, si iscrivono in questa sorta di DNA inconscio determinandone la storia anche quando se ne è persa memoria cosciente col trascorrere delle generazioni per palesarsi attraverso disagi psicologici o psicosomatici.

Ho trovato recentemente in rete il video di una fotografa che presenta il suo lavoro in cui rende visivamente, attraverso le fotografie, il duplice aspetto di linearità e non linearità delle generazioni familiari e mi fa piacere poterlo condividere. In particolare la struttura tripartita delle sue opere può essere presa come spunto di lavoro psicologico attraverso i metodi attivi per poter parlare della propria famiglia.

Nella prima parte dell’opera vengono presentate le foto della famiglia in preciso ordine genealogico. Nonostante la fotografa Taryn Simon presenti solo fotografie fatte da lei a persone viventi, in ambito psicologico si possono utilizzare anche foto effettuate da altri o di persone non più in vita. Una parte interessante del lavoro è aggiungere delle foto “vuote” per quelle persone che, per diverse ragioni, non si sono volute far fotografare o di cui una persona non ha fotografie infatti “Talvolta sono proprio gli spazi bianchi, i buchi nella memoria familiare, che la dicono lunga (come i silenzi sul lettino) su ciò che è stato “cancellato dalla memoria familiare”” (Ancelin Schutzenberger, La sindrome degli antenati, 2004).

La seconda parte dell’opera è occupata dalla storia familiare resa attraverso il racconto mentre la terza parte è uno spazio dal carattere più intuitivo in cui sono fotografati gli elementi che in maniera associativa evocano la storia familiare. Nei metodi attivi questa parte può essere riprodotta non solo attraverso le fotografie ma anche con qualsiasi oggetto che metaforicamente si lega a quei valori o a quelle convinzioni, positive o negative, che, trascendendo le generazioni, il soggetto sente come importanti per poter funzionare da chiavi di lettura della sua storia familiare.

E’ curioso, infine, constatare che delle tante famiglie di cui si è occupata Taryn Simon attraverso questo lavoro fotografico, ce n’è una sola che si è presentata tutta quanta senza lasciare vuota neanche una fotografia. Famiglia perfetta nella società perfetta penserete… non proprio… vedere per scoprirlo. Personalmente “perfezione” e “famiglia” sono due termini che, sia nel contesto della terapia che in quello più macroscopico della società, mi fanno sempre scattare un campanello d’allarme quando si presentano insieme…