“E’ straordinario come il gesto di dare la tua macchina fotografica ad un perfetto estraneo sia universale. Nessuno si è mai rifiutato e, per fortuna, nessuno è mai scappato con la nostra macchina fotografica” commenta Steve Addis nel suo video “Il legame padre-figlia, una foto alla volta” pubblicato nel post precedente.

Colui che scatta una fotografia non compare nell’immagine che resterà con noi per sempre. Talvolta è un perfetto sconosciuto, una figura sfuggevole di cui ricorderemo poco o nulla guardando e riguardando la fotografia nel corso del tempo ma che, dal punto di vista psicologico, ha un ruolo molto importante.

Sia nella terapia individuale che in quella di gruppo psicodrammatica chiedere di colui che ha scattato una foto non significa promuovere un lavoro di concentrazione e memoria quanto, piuttosto, far giocare d’immaginazione. Immaginare questa persona come qualcuno che, per un breve istante della sua vita, pone attenzione e cura al gesto che compie piuttosto che come qualcuno che considera un inciampo e una noia nella sua giornata questo incontro ci dirà qualcosa di diverso, ma comunque importante, su colui o colei che immagina.

Questa persona sconosciuta rappresenta lo sguardo esterno di chi non ci è familiare, di chi non conosce la storia della nostra vita ma per un breve istante la incrocia; rappresenta quella porzione di mondo che non abbiamo ancora esplorato o che non esploreremo mai: l’altro da sé.

Nello psicodramma il lavoro di personificazione della fotografia può comprendere anche colui che scatta la foto. Il protagonista, ovvero colui che ha portato l’immagine (fisicamente o anche solo descrivendola), vestirà i panni dello sconosciuto, umanizzando e rendendo vivo un ruolo che è spesso anonimo e considerato senza importanza né significato. Così l’altro sarà un po’ meno estraneo e potremo guardarlo, nella vita di tutti i giorni, come qualcuno che può dirci qualcosa di importante su di noi e offrire un punto di vista che proprio dalla non familiarità attinge il suo valore di novità.