In “Ten Minutes Older” il regista Herz Frank sceglie di mettere al centro del suo film non lo spettacolo che viene rappresentato, ma le reazioni di un gruppo di bambini nel ruolo di spettatori. Il documentario rende in maniera precisa ed efficace l’esperienza coinvolgente dell’essere spettatore rendendo al meglio cosa si intenda per identificazione.

Attraverso l’identificazione ci si appropria dei vissuti emotivi di un’altra persona e si assume su se stessi le vicende della sua esistenza con un grado di partecipazione tale da sembrare proprie. A tale processo bisogna ovviamente porre dei limiti se non si vuole correre il rischio di annullare la propria identità a favore di quella degli altri. L’identificazione è quindi una grande risorsa, ma anche un serio pericolo ed è per questo che normalmente esistono delle difese che frenano l’eccessiva identificazione scongiurando il pericolo di una psicopatologia.

La situazione cinematografica rappresenta un’eccezione a tale allerta: gli spettatori infatti sanno di essere in un ambiente “protetto” ovvero delimitato da un tempo ed uno spazio finiti e piuttosto ridotti. Terminato il film e usciti dalla sala, per quanto coinvolgente possa essere stata l’identificazione, essa scompare perché fa totalmente parte di una vicenda conclusa, che non ha alcuna relazione con la vita reale e che non ha nessun potere su di essa.

Nella sala cinematografica l’identificazione può nascere perché lo spettatore è di fronte ad una realtà che coinvolge quanto quella vera, ma tale processo può dispiegarsi in tutta la sua forza soltanto in virtù del fatto che egli sa che tale realtà è fittizia e provvisoria: la sua vita vera è altrove e quindi al sicuro.

Bibliografia

Christian Metz, Cinema e psicoanalisi, Marsilio, Venezia, 1980

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