Solitamente il lavoro di un fotogiornalista consiste nel documentare ed informare attraverso la fotografia. Il fotografo Brian Palmer nel 2004 ha seguito la 24th Marine Expeditionary Unit per sei settimane in Iraq raccogliendo fotografie e raccontando la vita dei soldati sul suo sito. Ne è nato un lavoro intitolato “Digital Diary: Witnessing the war” che ha una finalità ulteriore rispetto ai comuni reportage di guerra.

Palmer

L’intento di Palmer era di gettare, attraverso le fotografie e la costruzione di un luogo di “condivisione virtuale”, un ponte tra i soldati e le loro famiglie rimaste a casa affinché queste ultime potessero sentirsi partecipi delle vite dei loro cari.

Le fotografie possono così funzionare da facilitatori della comunicazione non solo per parlare di ciò che si fa ma anche per mostrare, ai propri familiari e a se stessi, le emozioni che accompagnano la propria giornata. Le fotografie sono anche corredate dal racconto della settimana che le spiega e le contestualizza.

Palmer ridefinisce nuovi confini rispetto all’attività del fotoreporter classico: non si tratta solo di un testimone degli eventi più importanti ed eclatanti consegnandoli visivamente alla storia, ma di un narratore visivo degli eventi quotidiani al servizio di chi ne è, anche marginalmente, il protagonista.

Egli fornisce così degli strumenti che sono forse meno utili alla storia, ma più adatti ad una funzione di rielaborazione dei vissuti. La fotografia, in quanto fermo immagine, invita ad un momento di pausa dall’azione e ad una riflessione sul proprio agire e sui propri stati emotivi.

In un contesto potenzialmente traumatico e dissociativo come è quello di guerra, le fotografie consentono di “mentalizzare”, ovvero di agevolare il formarsi di un pensiero coerente e strutturato su di sé e sulle proprie emozioni, costituendo un fattore protettivo rispetto all’insorgenza dei sintomi di origine traumatica. Un altro fattore protettivo è rappresentato dalle immagini e dal racconto in forma di diario i quali aiutano la percezione della continuità delle propria vita integrandola nella “vita al di fuori della missione” (il diario inizia infatti qualche giorno prima della partenza dei militari).

Bibliografia

F. Ritchin, Verso l’iperfotografia, in “Filosofia della fotografia” a cura di M. Guerri e F. Parisi, Raffaello Cortina Editore

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