Il verbo “to shoot” in inglese può significare tanto “sparare” quanto “fare una fotografia”. Molta della terminologia usata in campo fotografico è condivisa dal campo delle armi: “catturare”, “immobilizzare”, “prendere”, “caricare”,“mirino”… Tali similitudini suggeriscono che la macchina fotografica e le fotografie possono essere utilizzate come arma e quindi essere violente.

La fotografia qui sotto è stata scattata dal fotografo Eddie Adams nel 1968 e ritrae il capo della polizia del Vietnam del Sud che spara a un prigioniero Vietcong giustiziandolo sommariamente. La fotografia che vinse il premio Pulitzer impressionò molto l’opinione pubblica americana.

Vietnam_guerra

Nel 1999 lo stesso fotografo disse, a proposito di questa fotografia: “Il generale uccise il Viet Cong; io uccisi il generale con la mia macchina fotografica. Tuttora le fotografie sono le armi più potenti del mondo. La gente crede loro, ma le fotografie mentono, anche senza essere manipolate. Sono soltanto metà della verità. La cosa che la fotografia non ha detto è: ‘che cosa avreste fatto voi nei panni del generale, a quell’ora, in quel posto e in quel giorno caldo, avendo catturato il cosiddetto cattivo dopo che questi ha fatto fuori uno, due o tre soldati americani?’.»

La fotografia è tanto più violenta tanto più la si ritiene una risposta definitiva invece che un punto di vista; quanto più le si dà il potere di chiudere una questione invece che aprirla.

Non voglio entrare in merito a questione storiche, piuttosto prendere spunto dalle parole di Adams per formulare un pensiero riguardo a come le fotografie possono essere dei buoni o dei cattivi strumenti anche nell’ambito della psicoterapia.

Non ha senso usare le fotografie personali in terapia come “dimostrazione” di qualcosa, come punto esclamativo di un pensiero già formulato. Le fotografie possono essere utili se trattate come oggetti dal significato insaturo: per aprire alla complessità, per analizzare i comportamenti non come una sequenza lineare di causa-effetto ma come eventi mossi da continui feed back e per guardare non solo con gli occhi degli altri ma guardare, con gli occhi degli altri, se stessi.

Per Barthes “La fotografia è violenta: non perché mostra delle violenze, ma perché […] in essa niente può sottrarsi e neppure trasformarsi”. Penso piuttosto che così come il contesto di una parola può modificarne il significato anche il contesto e i significati che gravitano intorno alla fotografia (per esempio ciò che è avvenuto prima e dopo) possono modificarla nel suo significato. La fotografie è un punto inamovibile ma da quel punto possono passare infinite rette e infiniti modi di raccontare lo stesso evento.