“Ogni sistema oppressivo ha sempre manifestato un enorme interesse per il controllo dell’immagine che può avvenire in modo diretto e rozzo, consistente nel fare di ogni foto un puro segno obbediente ad un codice di regime, oppure, con sistemi più sofisticati, attraverso l’inflazione dei codici, allo scopo di confondere l’informazione trasformandola in rumore.

Il primo sistema di imbrigliamento dell’immagine tende all’esaltazione retorica, al monumentale, al didascalicamente celebrativo, all’emblematico; il secondo sistema opera invece uno spiazzamento continuo dell’attenzione che viene così tutta assorbita dalla contemplazione di una realtà trasformata in puro spettacolo.

Da una parte si tende alla ridondanza propagandistica, dall’altra alla pseudopartecipazione per interposto medium, alla derealizzazione prodotta dal consumo di una realtà di secondo grado” (Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico).

Foto di propaganda della "Battaglia del grano"

Foto di propaganda della “Battaglia del grano”

I regimi oppressivi non sono soltanto politici o sociali; anche le persone possono esercitare questi tipi di controllo sull’immagine che danno di sé agli altri attraverso il modo di raccontarsi verbalmente o tramite le fotografie.

Lo sviluppo della tecnologia, che ha reso immediato il controllo sullo scatto appena fatto, è stato per certi versi una perdita. La facilità nel fare le fotografie e nel poterle immediatamente eliminare ha reso la fotografia stessa un qualcosa della cui memoria od oblio si decide, spesso, secondo parametri istantanei.

La pellicola, oltre che un differimento del tempo di sviluppo, dettava una parsimonia degli scatti. Credo sia capitato a tutti, ai tempi della foto in pellicola, che, curiosi e speranzosi di passare tra le mani le stampe delle vacanze, ci si sia poi accorti che alcune fotografie erano molto diverse da come ce le eravamo aspettate sfuggendo dal nostro controllo. Sarà per un motivo di maggior fisicità della foto stampata (che ne rendeva più difficile e perentoria l’eliminazione strappandola) oppure per il fatto che spesso le foto appartenevano a tutta la famiglia, ma l’incontro con “la foto venuta male che non ci piaceva” era qualcosa con cui fare i conti.

La fotografia sfuggita al controllo apre alla possibilità di sperimentare come il nuovo, l’imprevisto e il lapsus possano generare dei significati e dei percorsi di conoscenza di sé ancora inesplorati e di come il significato possa evolversi e diventare prezioso nel tempo.

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