Riprendendo il discorso iniziato nel precedente post, il controllo sulla nostra immagine fotografica è stato facilitato dall’introduzione delle nuove tecnologie. Il display che rimanda in maniera istantanea il risultato della fotografia permette degli aggiustamenti continui della propria immagine avvicinandola sempre di più a quella attesa.  Il selfie vive grazie a questa tecnologia e, talvolta, a uno specchio. L’immagine che più è apprezzata è quella che più si avvicina all’immagine riflessa da uno specchio. Ma, come scrive Milgram a proposito delle prime persone che sono state fotografate all’inizio dell’epoca della fotografia, immagine fotografica e immagine dello specchio hanno caratteristiche diverse:

“Per chi non avesse mia visto una fotografia di sé stesso, il modo migliore di farsi un’idea di come sarebbe stata era quello di pensare a come si vedevano allo specchio. Ed ecco che qui arrivava la sorpresa. Infatti, mentre non si rifiuta quasi mai ciò che si vede nello specchio, centinaia di dagherrotipi suscitarono la rabbia di donne e uomini che affermarono di essere molto meglio di quanto mostrasse la fotografia. Ciò che avrebbero dovuto imparare è che prima di metterci davanti allo specchio siamo psicologicamente così preparati che in realtà non abbiamo di fronte la nostra vera immagine. Anche oggi sono moltissime le persone che rifiutano delle fotografie convinte che non potrebbero mai sembrare così brutte come mostra la fotografia. Raramente si hanno queste reazioni davanti allo specchio. Forse il vecchio detto – Lo specchio ci offre mille facce e noi ne accettiamo soltanto una – racchiude l’essenza della questione. La macchina fotografica, congelando le nostre facce in un momento particolare e da un punto di vista particolare, spesso ci restituisce una di quelle facce che non vorremmo accettare” (in L. Berman, La fototerapia in psicologia clinica).

Si sta dunque sempre più andando verso un controllo totale dell’immagine al fine di eliminare la “faccia che non vorremmo accettare”. Questo significa tuttavia perdere l’opportunità di metterci a confronto con degli aspetti di noi poco graditi e di trovare un nostro modo di integrarli e accettarli. Significa anche l’eliminazione dell’utilizzo di un’altra persona nel fare la fotografia come a voler escludere lo sguardo dell’altro e la ricchezza della novità e delle interpretazioni che porta.

L’importanza di riequilibrare questi due sguardi, quello di sé stessi verso di sé e quello degli altri, è data dalla possibilità di avere un confronto tra auto ed etero percezione facendoci uscire da una visione egocentrica e affrontando come opportunità di crescita la sfida della loro integrazione.

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