Oliver Sacks, il famoso neurologo, un giorno viene chiamato per un consulto su una paziente che ha delle allucinazioni. Niente di strano per un neurologo senonché la signora in questione è completamente cieca da anni. A differenza delle allucinazioni psicotiche che interagiscono con la persona, spesso accusandola o biasimandola, queste allucinazioni si presentano come un film che scorre davanti agli occhi lasciando la persona consapevole della loro origine “interiore”.

Il dott. Sacks identifica la patologia come la sindrome di Charles Bonnet che colpisce circa il 10% delle persone con capacità visiva deteriorata: il cervello, che riceve input visivi in maniera ridotta, si attiva spontaneamente quasi avesse “fame d’immagini”.

Ciò che è più interessante, per me, è il connubio tra allucinazioni e film che rimanda ad una questione già affrontata da Jean-Louis Baudry in Effets ideologiques produits par l’appareil de base  del 1971.

Baudry, che si domandava riguardo al desiderio che spinge le persone ad andare al cinema, ipotizza che si tratti di una volontà di fare esperienza di una realtà allucinatoria. Il cinema permette di ritornare ad una fase dello sviluppo del Sé in cui l’Io non è distinguibile dal non-Io e, di conseguenza, non c’è divisione tra rappresentazioni mentali e percezioni reali.

Il film si caratterizza allora per essere un punto di incontro e di interscambio tra immagini provenienti dall’interno e immagini provenienti dall’esterno in cui la realtà oggettiva di queste ultime rappresenta una riserva di segni che vengono riempiti di significato e trasformati dalle esigenze interne. E’ in questa situazione che il film sullo schermo diventa desiderabile. Grazie ad esso, infatti, lo spettatore riesce a rappresentare a se stesso “l’altra scena” ovvero quella del proprio inconscio e dell’immaginazione.

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