Il fotografo Chris Porsz è andato alla ricerca delle persone che ha immortalato in alcuni scatti 40 anni fa per poi rifare quelle stesse fotografie oggi. Sia i luoghi che le persone parlano di questo stano viaggio nel tempo: è come se tra le due immagini il tempo avesse fatto uno scatto improvviso in avanti e le persone ritratte si fossero trovate immerse nella propria azione 40 anni dopo.

L’effetto in parte ironico e divertente del vedere adulti in pose e atteggiamenti da bambini risente comunque della nota malinconica che porta con sé il mezzo fotografico (Susan Sontag definisce le fotografie oggetti melanconici). L’ambiente fa da trascinatore di questo sentimento perché offre allo sguardo dei cambiamenti più rapidi e sostanziali: negozi che hanno chiuso e cambiato destinazioni o luoghi che hanno cambiato volto.

Il corpo ha una memoria e rimettersi nella stessa posa a fianco di amici forse persi da tempo imitando una fotografia di cui forse non si ha memoria deve essere un’esperienza che riavvicina al se stesso di quarant’anni prima. Questa vicinanza che riesce quasi a sovrapporre i due scatti decreta però anche il suo stesso limite: l’incomunicabilità delle cose identiche. E’ invece la contemporanea ironia della foto che, rendendo evidente la differenza tra i soggetti e la loro distanza temporale, dà la possibilità di guardare il passato con gli strumenti interiori che via via abbiamo acquisito nella nostra crescita.

La fotografia terapeutica con fotografie personali  si basa proprio su questa auto-osservazione partecipata e sull’attivazione di questi due poli che fa nascere la tensione e la possibilità di comunicazione ovvero la possibilità che succeda qualcosa di nuovo.

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