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Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l’astuccio a tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo, passano i giorni aspettando con dolce ansia di vedere le foto sviluppate […], e solo quando hanno le foto sotto gli occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa, solo allora quel torrente alpino, quella mossa del bambino col secchiello, quel riflesso di sole sulle gambe della moglie acquistano l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può essere più messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo.

I. Calvino

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Bellissimo articolo di Gianni Canova:

“In una celebre sequenza di Poveri ma belli (1956) di Dino Risi, i due bellimbusti trasteverini interpretati da Maurizio Arena e Renato Salvatori si avvicinano alla vetrina di un negozio di sartoria nel centro di Roma. All’interno, una graziosa commessa, interpretata da Marisa Allasio, protende le labbra verso la vetrina per appannare il vetro con il suo respiro e poterlo poi più facilmente ripulire con un panno. A turno, spavaldi, i due appoggiano a loro volta le labbra sul vetro, in sincrono con i movimenti della commessa, quasi a cercare un contatto a distanza, mediato dal vetro, con la bocca della vezzosa e maliziosa fanciulla. “Bacia bene…!”, commenta sorridendo uno dei due. “Si, ma bacia freddo!”, replica sconsolato l’altro.
Nella sua scanzonata e autoironica spensieratezza, la sequenza è a suo modo rivelatrice di una certa oggettiva freddezza che caratterizza per una lunga fase la messinscena del gesto del bacio nel cinema italiano. Vai al sito per continuare

Di fronte a eventi conturbanti che ci vengono presentati in forma di immagini […], si è più vulnerabili che di fronte alla realtà. Questa vulnerabilità è parte integrante della particolare passività di chi è due volte spettatore, spettatore di eventi già formati, in primo luogo dai partecipanti, in secondo luogo dal creatore dell’immagine. […]

Nella sala operatoria, sono io che cambio la messa a fuoco, che faccio i primi piani e i campi medi. Al cinema [il regista] ha già scelto le parti dell’operazione che io devo vedere: la cinepresa guarda per me e mi obbliga a guardare, lasciandomi come unica alternativa quella di non guardare.

Susan Sontag

Fausto Podavini, Premio "Daily Life" World Press Photo 2013 con Milella, un reportage sull'Alzheimer

Fausto Podavini, Premio “Daily Life” World Press Photo 2013 con “Mirella”, reportage sull’Alzheimer  http://www.worldpressphoto.org/awards/2013/daily-life/fausto-podavini

 

Si dà per scontato che la memoria sia qualcosa di organizzato, facile da consultare a comando, prossimo alla coscienza come un ordinato archivio; invece è una cosa dispersa, piena di lacune e, spesso, si rivela assolutamente priva di interesse. Solo quando i ricordi perdono la loro ossificata consistenza e diventano cangiante materia per inaspettate prese di coscienza, il ricordo diventa qualcosa di vivo, capace ancora di emozionare, o meglio di ri-emozionare. […] Leggi il seguito di questo post »

La mia bambina

ha disegnato

un sole nero, di carbone,

appena circondato

di qualche raggio arancione.

Ho mostrato il disegno ad un dottore. Leggi il seguito di questo post »

Riprendendo il discorso iniziato nel precedente post, il controllo sulla nostra immagine fotografica è stato facilitato dall’introduzione delle nuove tecnologie. Il display che rimanda in maniera istantanea il risultato della fotografia permette degli aggiustamenti continui della propria immagine avvicinandola sempre di più a quella attesa.  Il selfie vive grazie a questa tecnologia e, talvolta, a uno specchio. L’immagine che più è apprezzata è quella che più si avvicina all’immagine riflessa da uno specchio. Ma, come scrive Milgram a proposito delle prime persone che sono state fotografate all’inizio dell’epoca della fotografia, immagine fotografica e immagine dello specchio hanno caratteristiche diverse:

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“Ogni sistema oppressivo ha sempre manifestato un enorme interesse per il controllo dell’immagine che può avvenire in modo diretto e rozzo, consistente nel fare di ogni foto un puro segno obbediente ad un codice di regime, oppure, con sistemi più sofisticati, attraverso l’inflazione dei codici, allo scopo di confondere l’informazione trasformandola in rumore.

Il primo sistema di imbrigliamento dell’immagine tende all’esaltazione retorica, al monumentale, al didascalicamente celebrativo, all’emblematico; il secondo sistema opera invece uno spiazzamento continuo dell’attenzione che viene così tutta assorbita dalla contemplazione di una realtà trasformata in puro spettacolo.

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L’essenza dell’immagine è di essere tutta esteriore, senza intimità, e ciononostante più inaccessibile e misteriosa dell’idea dell’interiorità; di essere senza significato, pur evocando la profondità di ogni possibile senso; non rivelata e tuttavia manifesta, possedendo quella presenza-assenza che costituisce la seduzione e il fascino delle Sirene.

Maurice Blanchot

Continuando il discorso sul ruolo delle immagini nella conservazione della memoria sociale iniziato con il post del Giorno della Memoria, vi presento questo estratto da “Sulla fotografia” di Susan Sontag.

Le sua parole invitano ad una riflessione critica sulle potenzialità etiche delle fotografie e delle immagini.

“Le fotografie sconvolgono nella misura in cui mostrano qualcosa di nuovo. […] Il primo incontro di un individuo con l’inventario fotografico dell’orrore estremo è una sorta di rivelazione, il prototipo della rivelazione moderna: l’epifania negativa.

Per me sono state le fotografie di Bergen-Belsen e di Dachau viste per caso in una libreria a Santa Monica nel luglio del 1945. Niente di ciò che ho visto dopo – in fotografia o nella realtà – mi ha colpito così duramente, profondamente, istantaneamente. […]  Leggi il seguito di questo post »

Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa). Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo. […] Una fotografia è insieme una pseudopresenza e l’indicazione di un’assenza. Come un caminetto a legna in una stanza, le fotografie – soprattutto quelle di persone o luoghi lontani, di città remote, di un passato svanito – sono incitamenti al fantasticare.

Susan Sontag

Benvenuto! Piacere di conoscerti…


Sono Laura Perego, psicologa e psicoterapeuta. Utilizzo le fotografie e il cinema all'interno dei colloqui psicologici e della psicoterapia individuale e di gruppo.

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